A voice from apart

“Revolutionary Road” di Richard Yates: recensione libro

“Non riesco a comprendere come sia stato possibile che “Revolutionary Road” – o “I non conformisti”, come appare nelle prime edizioni italiane – di Richard Yates sia stato dimenticato per così tanto tempo dal 1961, anno in cui per la prima volta fu dato alle stampe, prima di essere riscoperto grazie anche all’interesse di Hollywood, perché questo libro racchiude pagine di vita vera, quella che si dà con le sue immancabili nevrosi, le sue insopprimibili insoddisfazioni, le sue tremule aspirazioni e le sue scottanti disillusioni.

Benvenuti a Revolutionary Road!

Yates ci porta a conoscere, nell’America degli anni ’50, a Revolutionary Hill, nel Connecticut occidentale, la famiglia Wheeler – Frank, April e i loro due bambini –, una famiglia che completa il quadro apparentemente idilliaco del quartiere di Revolutionary Road, tanto perfetto che «un uomo intento a percorrere di corsa queste strade, oppresso da un disperato dolore, [sarebbe stato] fuori posto in modo addirittura indecente». Eppure ci accorgiamo sin da subito che Frank e April hanno dei problemi, nonostante da fuori sembrino una coppia con bambini come tante, come vuole uno stantio modello di perfetta famiglia felice americana largamente diffuso in quegli anni (solo in quegli anni?): Frank fa un lavoro che non ama affatto – «il lavoro più cretino che si possa immaginare» – e April vorrebbe diventare un’attrice (con la A maiuscola) non avendone però le qualità. Inoltre, anche il loro rapporto matrimoniale manifesta delle problematicità: lo si vede nelle continue litigate tra Frank e April per i motivi più futili, per le ragioni più banali, per incomprensioni reciproche. In questa coppia si concentra una duplicità che rende questa opera superba: essi rappresentano l’ideale di cui si parlava prima e la realtà che disillude, che incrina quell’ideale, che lo sporca irrimediabilmente.

L’insofferenza dei Wheeler per idee troppo “mediocremente suburbane”

Richard Ford, nell’introduzione al libro di Yates, afferma che il modello di comportamento corretto secondo Yates è quello che porta una «comunità» a essere basata su «chiare idee di chi sono i cittadini, di quali esigenze hanno, e di quali ostacoli si trovano di fronte». Se così è, noi non facciamo fatica a vedere nei proponimenti, nei desideri di Frank e April una negazione di tutte quelle idee, perché viste come troppo soffocanti, troppo limitanti, e, in definitiva, come troppo “mediocremente suburbane”. Essi cercano la briosità, la vivacità, il fascino, il glamour di gatsbyana memoria, non lo squallore e la noia di un modello che viene riproposto a ogni numero civico; è proprio questo che fa sbottare Frank e gli fa dire: «nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità». Tutto è appiattito sull’ideale, e la comunità è sempre ben pronta a evitare che la realtà denudi quell’ideale – come non pensare qui allo stupore misto a preoccupazione della signora Givings, conoscente dei Wheeler, quando intuisce che la notizia della “pazzia” di suo figlio si è diffusa nel quartiere, cosa che avrebbe compromesso per sempre l’immagine perfetta che con così tanta attenzione si era prodigata a dare di sé e della sua famiglia.

Ideale versus reale o una chiave di lettura per “Revolutionary Road”

Richard Yates
(Fonte: www.minimaetmoralia.it)

Ideale versus reale, dicevo. È in questi termini che ho letto il romanzo. Quello strappo che si allarga via via che la lettura procede è quello proprio interno dei protagonisti di fronte a una idiosincrasia che nasce dall’appartenere a una comunità (ideale), a cui essi stessi si “adeguano” pur lamentadosene, e dall’aspirare a essere quella persona (reale) che si è sempre voluto essere, buttando all’aria finalmente le convenzioni, le regole alla conformità che sono richieste da quella stessa comunità. Ma il richiamo di quella è forte, e così Frank e April vivono vite che sono «una sequela di cose che [essi non avevano] davvero voluto». E per cosa poi? «Dimostrare, dimostrare, e per nessun’altra ragione all’infuori di questa.» Sembra quasi esserci nei sobborghi americani (solo in questi?) una spinta centrifuga che cerca di espungere la realtà, come gli ricorderà anche April a Frank. Quella stessa spinta centrifuga agisce precipuamente al soldo di quel modello della perfetta famiglia felice americana che è incarnato da immagini, fotografie, quartieri residenziali dove tutto è perfetto come quell’ideale domestico, senza nei, senza crepe, senza ombre, solo luminosi e tersi colori pastello a dare un po’ di vitalità a quegli edifici che ne sarebbero altrimenti privi; un modello che, più in generale, descrive una nazione: l’America. E la realtà, come giustamente lamentano April e Frank, dove finisce? Essa, come accennato più sopra, sporcherebbe, stempererebbe, rabbuierebbe quell’ideale, e questo non può essere accettato dalla comunità, per questo motivo si tende a conformarsi, allontanando la realtà il più possibile. Le soluzioni che cercano di tenere insieme queste due inclinazioni – alla realtà e all’ideale – risultano deleterie, controproducenti, insopportabili. Perché? Perché a differenza dell’ideale, che è circoscritto, la realtà è pervasiva, non concede zone franche e non ti dà sicurezza come il primo. Aveva ragione Freud, a tal riguardo, quando affermava: «L’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza». E per chi volesse abbracciare completamente la realtà (il vero Sé, avrebbe detto Winnicott) in un mondo di resistenti idealizzazioni? Egli non può che soffrire di noia, da un lato, e, dall’altro, di quel mal de vivre per una realtà (idealizzata) troppo asfissiante i cui membri sembrano tante tristi e vuote copie, relegandolo al ruolo di “anticonformista” o “non conformista” – ricordo nuovamente che la prima edizione italiana di questo libro ha come titolo, come già detto, “I non conformisti” – e quindi di emarginato.

«Che razza di vita era mai quella?»

E si capisce allora la sensatezza della domanda posta dal narratore: «Che razza di vita era mai quella? Quale, in nome di Dio, era il succo o il significato o lo scopo di una vita del genere?» Già, qual è il senso di una vita del genere se sembra che, come dice Frank, «tutti si [siano] tacitamente accordati per vivere in uno stato di perenne illusione», dimentichi della realtà («Al diavolo la realtà!»)? Il piano avanzato da April per fuggire da quella situazione – andare in Europa per vivere davvero, per realizzare chi si ritiene di essere davvero – è, secondo me, una risposta a tutta questa bloccante situazione, come se l’Europa fosse una terra promessa a cui si ambisce di approdare per dare nuovo corso a vite precedentemente insofferenti. Là, in Europa, le loro vite potrebbero avere una nuova forma più affine alle loro speranze, alle loro ambizioni. Potrebbero davvero? È questa la domanda che resta una volta che questi loro proponimenti e progetti vedono la luce. E, sì, perché chi sono davvero Frank e April? O, più correttamente, chi credono di voler essere Frank e April? Oltre ad affermare che «il nostro paese è fradicio di sentimentalismo [leggasi: idealismo]» e oltre ai continui lamenti per un ambiente che non sopportano più, ai Wheeler rimane da chiarire il punto sulla loro realtà, la qual cosa avrà risvolti molto interessanti nel corso dello svolgersi della storia.

“Revolutionary Road”: un’opera grandiosa

Quest’opera è grandiosa – lo diceva anche Tennessee Williams: «Se nella letteratura americana moderna ci vuole qualcos’altro per fare un capolavoro, non so proprio cosa sia» – e Richard Yates un autore che ha saputo raccontare la vita come pochi altri sono stati in grado di fare – Blake Bailey omaggia Yates con un pezzo intitolato “Un cantore di vite insoddisfatte” –, e non posso che suggerirvi caldamente la lettura di “Revolutionary Road”.

Permette una domanda conclusiva, Mr. Yates?

Solo una domanda avrei voluto porre a Yates, alla quale non sono stato in grado di dare una risposta da me: come vedeva egli il tentativo della coppia Wheeler di ergersi sulla “mediocrità”? Più precisamente: avrebbe ritenuto fosse stato più giusto soffrire non essendo ciò che si è voluto essere, ma rispettando così la “mediocrità”, oppure soffrire essendo ciò che si è voluto essere, sapendo che il non conformarsi ad essa avrebbe spinto all’emarginazione?

“Revolutionary Road” di Richard Yates, edizioni Bompiani. A voice from apart.

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