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“Uno sport poco pericoloso” di Nigel Barley: recensione libro

Chissà qual è l’idea che si ha dell’antropologo, come professione, intendo; immagino dipenda dal tipo di antropologo col quale siamo entrati in contatto (direttamente o indirettamente). Di certo possiamo attribuire a questo indefesso lavoratore una serie di caratteristiche che ci aspettiamo debba avere, non so, curioso, studioso, professionale, capace di osservare con acutezza i fatti, competente negli strumenti che l’antropologia gli mette a disposizione, non timoroso dell’alterità, affascinato da tutto ciò che l’uomo è stato in grado di produrre, dai linguaggi sino ai rituali, dalle medicine “autoctone” ai sistemi di credenza, non schizzinoso, avendo messo in conto che c’è sempre, nella sua professione, da alzarsi le maniche della camicia e c’è sempre da sporcarsi – non in senso offensivo, ovviamente – nella e con l’alterità, facilmente adattabile alle situazioni che gli si presentano innanzi, a volte ingegnandosi nell’elaborare soluzioni adatte alle circostanze “problematiche”. Molte altre possono essere le caratteristiche che saremmo portati ad attribuire alla figura di antropologo. Ebbene, nei suoi scritti Nigel Barley, antropologo che lavora al Museum of Mankind del British Museum di Londra, ci spiazza, perché spesso mette in risalto come l’immagine che abbiamo dell’antropologo sul campo, mentre si sta sporcando (a volte anche letteralmente) le mani, non coincide con la realtà fattuale. Certo le caratteristiche sopra menzionate devono essere presenti, ma a quelle si aggiungono la facilità di essere ingannati, le gaffe – e Barley ne fa tantissime nei suoi viaggi –, il dover sopportare puzza, sporcizia, posti non confortevoli, zanzare – mamma mia quante! –, lungaggini burocratiche, scherzi, etc… Insomma, ciò che emerge non è certo un’immagine di antropologo idilliaca, bensì di una figura lavorativa che cerca di interagire con un’alterità che, proprio come i membri della popolazione della quale l’antropologo fa parte, è variegata e si esprime nella diversità che caratterizza i singoli individui membri della specie umana.

“Uno sport poco pericoloso” di Nigel Barley è il resoconto del suo viaggio-studio-ricerca presso i Toraja dell’isola di Sulawesi, in Indonesia

Ora, tutto questo lo viviamo con Nigel Barley grazie al suo resoconto del viaggio-studio-ricerca in Indonesia, nell’isola di Sulawesi, presso la popolazione dei Toraja, intitolato “Uno sport poco pericoloso”.

… un viaggio che presenta complicazioni sin dalla sua organizzazione…

Come potete facilmente immaginare le complicazioni emergono sin da subito, da quando cioè il viaggio in Indonesia deve essere organizzato… I fondi di ricerca da trovare – una rarità –, oppure un operatore poco affidabile di un’agenzia di viaggi non molto ben gestita che fa temere per la futura incolumità della propria persona una volta che l’aereo decolla da Londra per l’Indonesia, o, ancora, il trovare una cartina geografica dell’Indonesia usufruibile una volta giunti lì, che, a quanto pare, è ancora più rara dei fondi di ricerca…

… complicazioni che proseguono una volta che Nigel Barley atterra nella suggestiva Indonesia

Complicazioni si riscontrano poi una volta che si incontra la suggestiva Indonesia: pratiche burocratiche da sbrigare, che sembra che quelle italiane al confronto siano sbrigate in modo più che celere, l’interazione con gli indonesiani che parlano solo indonesiano e sapere sì e no quattro parole spiccicate, attraversare le strade, dovendo gettarsi con la speranza che non ti investano, trovare un albergo decente, (a spese sue) credere ciecamente nella sincerità degli indonesiani… A tal proposito, Nigel racconta un episodio – sì, una delle sue gaffe.

L’antropologia: “uno sport poco pericoloso” che può portare a delle gaffe imbarazzanti

“Mi capitò a Djakarta. […] In numerose città di Giava la musica, la danza e gli spettacoli di marionette attirano sempre un pubblico importante. Avevo sentito parlare di una compagnia di “wayang orang”, una forma di teatro basata, come per le marionette, sugli antichi testi hindu, ma dove i personaggi sono interpretati da veri attori. Piet [un suo conoscente indonesiano] mi aveva vivamente consigliato di andarci. «È affascinante. Le donne sono particolarmente buone, ma sono tutte interpretate da uomini. Non si vede la differenza.» […] Uno degli attori, molto amabile, mi invitò ad andare ad assistere dietro le quinte al trucco dei suoi colleghi. Al mio ingresso mi rivolsero un gioioso saluto con la mano, poi si misero a ridacchiare spalmandosi gli uni gli altri un fondotinta chiaro. In un angolo, uno degli uomini che aveva un ruolo femminile si dipingeva il viso con cura.

“Il “wayang orang” è estremamente esigente da un punto di vista fisico, poiché gli attori devono imitare i movimenti rigidi e stilizzati delle marionette. Alcuni si tenevano in piedi sulla testa, altri si riscaldavano come atleti. Un po’ più lontano un’orchestrina provava. Desideroso di mostrarmi educato mi complimentai con il travestito per la qualità della sua imitazione. Nella sicurezza di questo spogliatoio rigorosamente maschile feci notare che i suoi seni erano particolarmente convincenti.

“Cadde il silenzio. L’attore arrossì furiosamente.

“«Ehi, sta parlando a mia moglie», disse calmo un uomo. Riparai nella sala balbettando delle scuse, giurando di strozzare Piet, se l’avessi rivisto. Mi sentivo veramente molto male, un occidentale grossolano e impacciato, della peggior specie. Di colpo fui incapace di interessarmi all’opera e fui felice quando giunse il momento di partire.”

Questo episodio riportato dovrebbe rendere conto di quanto ho cercato di dire poco più sopra: anche l’antropologo, per quanta esperienza abbia, nell’incontro con l’alterità può trovarsi spiazzato, goffo, impreparato o impacciato…

Questo è ciò che più mi piace del libro di Barley: l’aver messo in luce ciò.

Non vi racconterò alcunché dei Toraja…

Non vi racconterò alcunché dei Toraja, nella speranza che queste poche righe vi abbiano convinto a intraprendere questo interessante viaggio ricco di humour insieme a Nigel Barley, e soprattutto perché vi rovinerei la sorpresa di scoprire una cultura affascinante, con i suoi riti, le sue tradizioni, le sue cosmogonie, minate dal diffondersi del cristianesimo che si è sostituito o si è intrecciato a vecchi sistemi di credenza oramai fatti sopravvivere da vecchi membri di quella popolazione rigidamente legati (per fortuna) alle loro antiche usanze e credenze.

… ma vi racconterò delle riflessioni a cui “Uno sport poco pericoloso” di Nigel Barley ci può condurre

Nigel Barley
(Fonte: www.alchetron.com)

Ciò che risulta di grande interesse – questo posso dirvelo – è che alcuni membri della popolazione Toraja, grazie quasi a uno scambio culturale, giungeranno in Inghilterra, a Londra, per conto del Museum of Mankind, affinché lascino lì qualcosa di caratteristico della loro cultura, e questo avvenimento fa sorgere a Nigel e a noi una serie di riflessioni per nulla banali e di grande interesse: ad esempio, l’incontro con una realtà che non coincide con la nostra rende alcuni elementi di quella realtà, che a loro paiono insignificanti o privi di qualche interesse, interessanti per noi, così, come dice Barley,[è] impossibile indovinare cosa i rappresentanti di un’altra cultura trovino interessante nella vostra.

Ma la riflessione che tutti noi dovremmo fare, anche se non siamo antropologi, è quella che Barley esplicita con queste parole: “È difficile proteggere delle persone in un mondo che non comprendono senza essere accusati di paternalismo, o lasciar loro prendere delle iniziative senza essere accusati di sconsideratezza. Trattarli come si tratterebbero degli inglesi sarebbe una forma di imperialismo culturale, insistere sulla loro differenza sarebbe razzista. Chiedere ai membri di un’altra cultura di “mettersi in scena” sembra umiliante per loro, mentre non sembra essere lo stesso per gli artisti di casa nostra. […] È importante organizzare un’esposizione che non si accontenti di «prendere» qualcosa a un Paese del terzo mondo, ma che difenda un talento minacciato.”

Gli antropologi sono individui sul filo di lama

Mi sono accorto, leggendo questo libro, che gli antropologi sono individui sul filo di lama, perché se da un lato cercano di conoscere le diverse forme in cui la produttività umana si è data, dall’altro rischiano sempre di essere visti come messaggeri di un imperialismo che si potrebbe pensare non si è concluso, ma ha assunto semplicemente nuove forme – anche se evidentemente, ai nostri occhi, non è così –, e questo diviene ancora più esacerbato quanto più le due civiltà che si incontrano, impersonate dall’antropologo, da un lato, e dalle popolazioni oggetto di studio, dall’altro, risultano essere quelle che quell’imperialismo lo hanno, rispettivamente, portato avanti e subìto in un tempo passato.

L’incontro con l’alterità è sempre complesso

“Il mondo [– come dice Barley –] è cambiato, ma i rapporti di potere sono rimasti.” Se si aggiunge una frase (che riporto a braccio) di Renato Rosaldo, anche lui antropologo, che diceva “nessuna cultura può dirsi innocente”, allora capiamo quanto complesso è l’incontro con l’alterità allorquando ci portiamo dietro un bagaglio così pesante…

A chi consigliare “Uno sport poco pericoloso” di Nigel Barley?

Ne consiglio dunque la lettura a tutti coloro che fattivamente o meno ritengono di avere le caratteristiche dell’antropologo che ho elencato più sopra, e in particolare a chi, nonostante il bagaglio del quale non può liberarsi, non ha tema di incontrare l’alterità ed è perciò affascinato dall’orto dell’altro, anche se questo orto e questo altro dovessero trovarsi a migliaia di chilometri di distanza da noi.

“Uno sport poco pericoloso” di Nigel Barley, edizioni EDT Editore. A voice from apart.

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