Anonima Lettrice Italiana

“Soffocare” di Chuck Palahniuk: recensione e reading

Victor Mancini è uno studente di medicina fallito, ipocondriaco, ossessivo e sesso-dipendente; non la versione soft di Hank Moody, più una sorta di Ron Jeremy che lavora gratis. Sua madre è una single sociopatica congiurista con scarse attitudini di caregiving, che trascorre l’infanzia di Victor a lasciarlo e riprenderlo in varie case famiglia, oppure a fare immensi casini con istituzioni e major commerciali.

Tra un flashback e l’altro, la narrazione principale di Soffocare ha luogo in tempi moderni, con la donna ricoverata per Alzheimer in una costosa casa di cura e Victor compromesso da un coagulo di sensi di colpa e renitenza emotiva, che deve ingegnarsi per pagare i conti.
Piuttosto che cercarsi un lavoro migliore, preferisce restare legato al suo poco stimolante e antigienico posto da figurante in una rievocazione storica permanente, una metafora abbastanza didascalica dell’immobilismo e del legame con il passato, che il protagonista preferisce celebrare piuttosto che combattere; per pagare i conti di sua madre, finge di soffocare in tutti i ristoranti della città, rivivendo un trauma infantile (che ancora una volta lo lega ovviamente alla madre) e lasciandosi salvare da sconosciuti a cui poi resta passivo-aggressivamente legato, lasciandosi omaggiare da loro con più regalie economiche possibili.

Anche le altre figure del libro, sebbene non imponenti come madre e figlio, offrono all’analisi letteraria e terapeutica decine di spunti, per vitalità, umanità e varietà, ma per non peccare oltre di rivelazione precoce andranno solo nominati: oltre alla calca di personaggi che affollano le riunioni anonime tanto care a Palahniuk (e ognuno di loro meriterebbe un romanzo a sé), troviamo  Denny, sesso-dipendente in mantenimento, amico e collega di Victor, e Paige, affascinante dottoressa della casa di cura, che ha letto il diario di sua madre e che può aiutarlo a capirne il contenuto. Galeotto fu il libro (e sì, sicuramente anche chi lo scrisse).

Victor, the HeroMaker

Attenzione alle riaperture dei locali: i prossimi eroi potreste essere voi

Una cosa gratificante che avviene quando si segue la storia di un bastardo, è che ci si sente sempre e comunque migliori. Anche quando farà la scelta giusta noi sapremo che avremmo preso quella decisione almeno dieci minuti prima di lui, e non c’è riabilitazione che tenga. Ma questo è un livello molto egotico della lettura; quello più onesto è che Victor è un fabbricante di eroi. Sono eroi gli sconosciuti che lo salvano, che gli mandano soldi, che gli restano accanto, sono eroi tutti quelli che non lo prendono a pugni appena esce di casa, tutte le donne che sfrutta e che lo sfruttano. Ma si può parlare di sfruttamento quando siamo nel campo delle patologie complementari? E allo stesso modo, si può parlare di un bastardo tout court, se noi lettori adoriamo ogni sillaba di quello che potremmo definire un vero manuale di composizione, legittimando di fatto qualunque scelta venga compiuta? Facendo di chiunque (soprattutto in suo paragone) una persona migliore, può non essere Victor stesso un eroe?

Se nessuno ti punisce, nessuno ti ama

Gli schemi più classici della narrazione presenterebbero una situazione di normalità, un problema e la sua risoluzione; ma si vi piacessero questi schemi non sareste nemmeno nella stessa corsia dove Palahniuk si vende – o forse dovrei dire dove si spaccia? Questo autore è una droga: se già la situazione di partenza è un assembramento di criticità in bilico sulla lama di un rasoio, ogni sillaba ulteriore spinge il caos all’esplosione. La ricerca della figura paterna emerge dall’abbandono del proprio destino fra le mani di un deus ex machina superiore, che risolva e magari punisca anche, creando con la violenza delle scene di soffocamento anche un po’ del conflitto necessario per la crescita (in assenza del genitore da soppiantare, questo conflitto non può esserci, e la crescita non avviene mai): ti renderò mio padre, lasciandoti ri-darmi la vita, così che possa ri-nascere per rendere mia madre una madre, ancora una volta.

Ma se resta lieve il conflitto con il padre che non esiste (quindi con la generazione precedente, un tema ricorrente in Palahniuk), molto più evidente è quello con la madre, soprattutto nel tempo presente della narrazione, proprio quando potrebbe liberarsi di lei in un colpo, cedendo a case di cura meno ricercate, o anche privandosi delle visite che effettua inutilmente e dolorosamente, che tanto la donna non lo riconosce e non desidera vederlo: non la tollera ma non la molla; non le porta beneficio ma non la abbandona; conosce ogni lato negativo delle proprie scelte e le compie tutte, nessuna esclusa; riconosce il bene e il male ma si rifiuta di scegliere qualunque percorso riabilitativo o anche solo vagamente catartico. In compenso mette in atto in prima persona ogni singolo gesto di cui si potrebbe un giorno pentire, e tutti con le migliori intenzioni.

È questo, ciò che trasudano le pagine di Soffocare: i gesti di Victor li detestiamo, ma le sue motivazioni sono indiscutibili. E anche le sue conclusioni – sfido chiunque ad arrivare all’ultima pagina e ad avere una sola sillaba da ridire in merito. 

Sì, ma chi sta soffocando chi?

Dopo aver cercato di convincere il lettore a posare questo libro, Palahniuk lo trascina, anzi, no, lo calcia in un montaggio solo apparentemente sconnesso di eventi che alla fine ritroverete lineari e inevitabili. Procedendo dal bambino traumatizzato che dà il la all’incipit, verso l’uomo adulto che esplode in un epilogo – che vi troverete a saltare sul posto per quanto vi farà venire voglia di dare pacche sulle spalle a qualcuno per gridare “Certo! CERTO!” – l’autore del planetario Fight Club riprende le sue amate atmosfere da incontri anonimi del mercoledì sera e autoaiuto che non risolve ma assolve.

Sullo stile non pretendo di avere nulla di nuovo da dire: e non solo perché il titolo in oggetto ha quasi vent’anni – ed è incredibilmente attuale, fateci caso. È Palahniuk che è un precog geniale o siamo noi che abbiamo l’orologio, la sveglia, il timer e il tasto di autodistruzione egualmente e pietosamente fermi?
Definirlo un cannibale della vita, dei trend e tutto quanto è il meglio che io possa creare: per il resto vi rimando a un ottimo pezzo di analisi in merito, conciso e pop come l’autore che descrive, che trovate qui.

Il titolo Soffocare potrà suggerirvi una preponderanza della scena di simulazione fra le pagine, ma non è affatto così; prima di tutto, ogni parte della sua vita è una simulazione, dal soffocamento alla rievocazione del 1700 dove lavora poco e male, dalla complicità che era costretto a simulare con l’insana madre all’affetto che prova a mostrarle in visita. In secondo luogo, le scene del soffocamento sono poche e ben diluite, non cercatele e godetevi il montaggio delle attrazioni sfoggiato in questo libro: l’unico vero rischio di un malore è quello del lettore, che annaspa fra eventi, dialoghi e sesso, nudità, crudità e crudeltà, e tutto per averne ancora di più.

Dateci più Palahniuk. Datecene fino a soffocare.

Soffocare” di Chuck Palahniuk, Mondadori, 2001. Anonima Lettrice Italiana.

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Ali

Leggo, scrivo, parlo, ma soprattutto parlo. E poi leggo e scrivo.

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