Club Armagnac & Baudelaire

“Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère: recensione libro

«Soltanto il giorno prima erano come noi, noi come loro, ma a loro è accaduto qualcosa che a noi non è accaduto e adesso apparteniamo a due umanità distinte»

Emmanuel Carrère, poliedrico autore francese, può essere annoverato tra le menti più brillanti e sopraffini della letteratura contemporanea. Non solo per la capacità, vero e proprio marchio di fabbrica, di saper entrare prepotentemente e abilmente nelle vicende umane, sviscerandone la complessità psicologica perennemente in bilico tra orrore e dolore, ma anche per il senso di rinascita e speranza.

Vite che non sono la mia, di Emmanuel Carrère

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In Vite che non sono la mia emerge tutta la bravura dello scrittore d’oltralpe, capace di far parlare le cose e le persone, intervenendo in prima persona praticamente solo alla fine del libro. Il romanzo si articola in due filoni narrativi: il primo ambientato nei giorni antecedenti e successivi allo Tsunami che nel 2004 colpì anche lo Sri Lanka, dove lo scrittore si trovava in vacanza; il secondo, più strettamente intimo, affronta la malattia terminale di un componente familiare. Si potrebbe obiettare che il testo non sia altro che un reportage giornalistico con una narrazione dei fatti, ma sarebbe un’analisi superficiale dell’opera che in realtà evidenzia particolareggiati elementi psicologici, presi anche a modello per riviste di settore, ed una struttura complessa arricchita dalla bellezza della prosa. La differenza che passa tra un cronista ed un esploratore di anime, come Carrère, sta nella capacità di condurre il lettore nei meandri più interni del dolore, scavando nella psiche dei protagonisti fino a sondarne le più intime e recondite pieghe.

Emmanuel Carrère non cerca mai il colpo ad effetto, elimina ogni tentativo anche minimo di pietismo, dosa la mano intervallando freno ed acceleratore, aumentando e diminuendo continuamente il flusso che alimenta la componente emotiva del lettore.

«Tra coloro che hanno un nucleo incrinato e gli altri, è come tra poveri e ricchi, è come la lotta di classe, si sa che ci sono dei poveri che ce la fanno ma la maggior parte no, non ce la fa, e dire a un malinconico che la felicità è una decisione, è come dire a un affamato che può sempre mangiare brioche.»

Chi ha letto l’Avversario o Limonov  probabilmente troverà Vite che non sono la mia meno sconvolgente, e rimarrà deluso, forse, di non essere stato investito, apparentemente, da una tempesta di tuoni e fulmini. Eppure, una volta chiuso, questo libro rimane impresso nella memoria che lo rielaborerà stravolgendone, probabilmente, le dinamiche interpretative; il senso di dolore, misto alla dolce potenza dell’amore, permeerà i pensieri donando la consapevolezza di aver letto un libro commovente, straziante ma al tempo stesso delicato e prezioso, come raramente capita. Tutto ciò, scusate se è poco, si chiama Letteratura.

Five-Star Book

“Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère, edizioni Adelphi. Club Armagnac & Baudelaire.

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