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“Acqua salata” di Jessica Andrews: recensione libro

Acqua salata è uno di quei libri che vanno letti e lasciati lì a sedimentare e fermentare come un buon vino. È un libro che ha lasciato dentro di me sensazioni contrastanti e a volte controverse. Jessica Andrews appartiene a quella generazione di nuovi talenti britannici come la Mozley che fanno della loro scrittura soprattutto nelle parti descrittive il loro punto di forza.

La sua è appunto una scrittura che io definirei quasi sensoriale, perché il lettore è spinto usare tutti i sensi durante la lettura. La Andrews utilizza i colori in modo incredibile e il senso tattile affidandosi a certi accostamenti, per i quali al lettore risulta impossibile non vedere e toccare quasi con mano ciò che viene descritto.

Una scrittura che si appiccica sulla pelle

Stiamo parlando di uno stile che ti si attacca addosso, una scrittura che si appiccica sulla pelle. Acqua salata è un libro molto personale e intimo, i temi trattati sono quelli dell’alcolismo e del disagio familiare ma soprattutto il rapporto genitori figli e il venire a patti col proprio passato per decidere cosa fare del proprio futuro e della propria vita. Temi molto delicati che portano il lettore non solo a immedesimarsi ma a fare un lavoro di analisi e di trasposizione per riportare su se stesso queste vicende a seconda della propria esperienza personale.

Come dicevo, questo è un libro che ha suscitato in me sensazioni contrastanti, da un lato ho apprezzato moltissimo la scrittura dove viene utilizzato un linguaggio figurativo davvero efficace. Dall’altro non sono riuscito a entrare in empatia con la protagonista, ritrovandomi spesso a voler scuoterla e svegliarla dal suo torpore, scontrandomi con una immaturità emotiva che l’autrice ha saputo delineare efficacemente. Rimane al lettore un senso di incompletezza e di lasciato in sospeso, per rendere la quale Jessica Andrews ha utilizzato una struttura narrativa molto particolare, fatta di brevi capitoli e trafiletti attraverso i quali si snoda questo flusso di coscienza che parte dal presente per rivisitare il passato.

Ai capitoli più intensi cui si affidano i ricordi e che cercano di mettere insieme sprazzi e frammenti del passato della protagonista come se fosse un album fotografico, si alternano parti più brevi che descrivono la situazione attuale e alcuni incipit lasciati un po’ in sospeso e indirizzate a personaggi non ben specificati. Mentre il passato emerge nitido e pieno di particolari ben definiti, le parti che si riferiscono al presente sono caratterizzate dalla mancanza di colori, quasi si trattasse di un qualcosa di anonimo e perennemente grigio che è rimasto impigliato, tanto che nel descrivere la sua relazione sentimentale non nomina nemmeno il fidanzato ma lo chiama genericamente uomo.

                                                     Jessica Andrews

Questo sottolinea ancora una volta come la protagonista sia in realtà vincolata al suo passato, incatenata a un enorme peso che le impedisce andare avanti con la propria vita. Il nodo centrale qui è il rapporto con la madre, un legame fatto di aspettative disattese, di silenzi parole e rimproveri mai detto, al lettore rimane quindi bene impressa l’immagine di giovane donna con la bocca spalancata incapace di parlare e di dar voce al grido di aiuto rivolto alla madre. Jessica Andrews è molto abile nel rendere questo senso di impotenza e di irrequietezza di cui la protagonista piano piano e gradualmente sembra rendersi conto. Ciò che invece mi ha lasciato un pochino perplesso è la struttura narrativa, che non mi ha convinto fino in fondo, avrei preferito qualche pagina in meno di incipit, i quali a mio avviso non solo non è sempre chiaro a chi siano rivolti ma a tratti spezzano inutilmente la narrazione.

Acqua salata è un libro che scava dentro, che ti si attacca addosso, che si appiccica alla pelle del lettore a tal punto da rendere le emozioni percepibili fisicamente. Ed è proprio questo che lo rende un libro da avere, grazie ad una scrittura al tempo stesso delicata e profonda in grado di lasciare segni indelebili. Un libro che ci dimostra quanto la propria storia familiare possa essere una zavorra che ci tiene incatenati in un limbo nel quale non sappiamo esattamente che direzione prendere, in cui non sappiamo dar voce alla nostra sofferenza non riusciamo a dargli un nome. Questo è un libro che parla anche di giovani generazioni che hanno perso punti di riferimento e che tentano di colmare questo vuoto con l’alcool o con lo sballo, giovani generazioni molto fragili che spesso e volentieri non sanno decidere cosa vogliono fare da grandi. Jessica Andrews invece l’ha già deciso cosa fare: se questo è l’inizio ho l’impressione che in futuro avremo a che fare con una grande scrittrice.

“Acqua salata” di Jessica Andrews, edizioni NN editore

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