I libri di Marco

“Non devi dirmi che mi ami” di Sherman Alexie: recensione libro

Non devi dirmi che mi ami è un libro maestoso e meravigliosamente doloroso. Un libro che è destinato a tornare anche dopo parecchio tempo, quasi fosse una sorta di rigurgito soffocante tanta è la sua forza devastante, un libro che non si può dimenticare ma anzi rimane impresso per sempre nella memoria del lettore. Lettore che viene letteralmente folgorato dalla bellezza di ciò che sta leggendo.

Non devi dirmi che mi ami è un romanzo talmente pieno di intensità e così intriso di dolore che chi legge è totalmente disorientato: questo è un libro che non dà tregua e dal quale è necessario staccarsi ogni dieci pagine per riprendere fiato. Persino la scrittura e la struttura narrativa non danno scampo, la sublime prosa densa di emozioni si dinoccola e si alterna tra brevi capitoli in prosa a pagine in cui lo scrittore si sbizzarrisce tra versi di poesia e persino stralci di canzoni.

Un libro per riconciliarsi col passato

Sherman Alexie ha scritto con questo volume un’ode al dolore e alla necessità di riconciliarsi col proprio passato. Non devi dirmi che mi ami è un mémoire intensissimo e quello che in apparenza potrebbe sembrare un libro incentrato sul difficile rapporto tra l’autore e la madre, è in realtà la testimonianza di un popolo come quello nativo americano che è stato massacrato e che oggi sanguina ancora. Una ferita questa che non potrà mai rimarginarsi e sulla quale gli stessi indiani d’America hanno versato lacrime e sale. Ciò che emerge con forza inaudita, tra le tante innumerevoli cose di questo romanzo, è quanto quel sopruso e quella violenza abbiano segnato per sempre la vita nella riserva.

Sherman Alexie fa parte della tribù degli Spokane, che nella loro lingua significa figli del sole e dove il sole ha sempre rappresentato ciò che mette in luce, ciò che rivela la verità ma anche ciò da cui è impossibile sfuggire. Ebbene per Sherman la riserva ha solo significato dolore, violenza sopruso, abuso, un qualcosa da cui rifuggire per emanciparsi e in cui l’unico modo per emergere e sopravvivere è quello di scappare. Oggi Sherman è uno degli scrittori americani contemporanei più noti ed importanti, ma se è riuscito a splendere di luce propria è solo grazie al fatto di aver abbandonato la riserva. Questo ha ovviamente creato uno strappo col suo popolo: una delle chiavi di lettura di questo libro è infatti la dualità è la conflittualità, non solo familiare per il fatto di avere un padre alcolizzato e una madre inaffettiva, bensì esistenziale per aver tradito e rinnegato le proprie origini.

Il tentativo di estirpare le radici nativo americane

Sherman Alexie non fa tanti giri di parole e non fa sconti a nessuno: non li fa di certo ai Bianchi, rei non solo di aver commesso un abominio ma di averlo perpetrato negli anni cercando di cancellare la tradizione di un popolo dapprima allontanando e affidando i bambini della riserva a famiglie non indiane, e tentando poi in ogni modo possibile di estirpare le radici nativo americane e di cancellare il legame di questo popolo con la terra e con madre natura. Un durissimo colpo per il popolo Spokane è stata infatti la costruzione delle dighe, soprattutto quella Coulee, che di fatto ha interrotto ogni forma di migrazione dei salmoni nel loro fiume: il salmone per questa gente rappresenta un simbolo sacro, la loro effige e la loro immagine.

In questo libro però il cattivo non ha solo le sembianze di un viso pallido, il vero mostro è la stessa comunità indiana, che si è resa carnefice e nemica di se stessa. Perché implosa in un terribile circolo vizioso fatto di soprusi e alcool, dove a predominare non è solo la violenza bensì la divisione, la prepotenza, la totale incapacità di denunciare misfatti, e la volontà di accettare in modo remissivo e colluso un sistema violento e corrotto, a totale beneficio dei più influenti e di chi la fa sempre franca. Una gara e una corsa a ostacoli al ribasso nel tentativo di offuscare e intralciare chiunque voglia emergere con il suo talento, creando una voragine di accuse, invidie e recriminazioni per vedere chi è più indiano degli altri.

Un libro emotivamente intenso

                                                      Sherman Alexie

Non devi dirmi che mi ami è un libro che io definirei ad ampio raggio perché tocca tutta una serie di temi che richiedono davvero molto tempo per essere assimilati e metabolizzati. È un libro emotivamente molto intenso, soprattutto nella prima parte. Ma è anche un testo in cui il lettore in certi momenti fa fatica a entrare in empatia con l’autore, perché il suo modo di affrontare con estrema ironia il male nella sua forma ed essenza più pura è davvero spiazzante. Stiamo comunque parlando di un personaggio molto egocentrico e quasi ipocondriaco che pone il suo sentire e le sue malattie al centro assoluto dell’universo, ci sono persino dei momenti in cui il lettore dubita di ciò che sta scrivendo Sherman, perché l’autore instilla il dubbio che una parte di questa storia sia inventata.

Eppure nonostante un calo fisiologico dell’intensità di questo libro, in particolar modo nella sua seconda parte, la parola che emerge con estrema forza per annidarsi dentro a chi legge è la parola dolore. Un dolore che si imprime sulla pelle come se fosse un tatuaggio tribale, un dolore che può essere percepito con la mente e con il corpo, un dolore che fa sentire vivi e che emoziona come pochi altri libri sanno fare, un dolore che si ricorda che le cicatrici non possono sparire tanto meno essere dimenticate, ma se in qualche modo riusciamo a fare pace con il nostro passato queste cicatrici possono smettere di sanguinare.

“Non devi dirmi che mi ami” di Sherman Alexie, NN Edizioni. I libri di Marco. 

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