I libri di Marco

“Veniva da Mariupol” di Natascha Wodin: recensione libro

Quando ho iniziato a leggere Veniva da Mariupol non sapevo esattamente cosa aspettarmi o a cosa sarei andato incontro. Non immaginavo di imbattermi in qualcosa di così dolorosamente potente, e andare a sbattere a tutta velocità e senza cintura di sicurezza contro un muro di emozioni rarefatte e di sofferenza.

Nel libro della Wodin il male resta nascosto dietro l’angolo, si annida in agguato e aspetta con infinita pazienza per poi coglierti di sorpresa e assalire travolgendoti.

Una testimonianza storica fondamentale

Veniva da Mariupol di Natasha WodinVeniva da Mariupol è un libro difficile da collocare come genere, è una via di mezzo tra mémoire e saga familiare, che ben presto diventa una testimonianza storica fondamentale di uno dei crimini più efferati del terzo Reich e della seconda Guerra mondiale ma di cui raramente si è sentito parlare. Delle cose ignobili e disdicevoli perpetrate soprattutto ai danni degli ebrei c’è giustamente un’ampia letteratura e narrazione, ma sono in pochi a parlare degli Ostarbeiter, i lavoratori coatti dell’est Europa che venivano costretti o meglio deportati in Germania per lavorare nell’intero sistema produttivo tedesco fintantoché gli uomini del Reich erano al fronte. Dei veri e propri campi di concentramento in cui le condizioni di lavoro e di igiene erano disumane, dove stupri e soprusi erano all’ordine del giorno. Fenomeno che ha visto dalle 6 alle 20 milioni di vittime, dato che oscilla paurosamente a causa delle fonti confuse e dal tentativo di molte fabbriche di insabbiare questo abominio.

Veniva da Mariupol è un libro che spiazza il lettore soprattutto perché ha un approccio didascalico nelle prime pagine che può confondere chi legge, perché ci si ritrova a sfogliare un album di famiglia pieno di luoghi e personaggi a noi poco ameni. In breve tempo il lettore però acquista la consapevolezza di trovarsi di fronte a una grande opera sia storica che soprattutto di indagine familiare di una donna alla disperata ricerca delle proprie origini, che tenta di far luce sulla madre morta suicida troppo giovane. Ed è proprio la madre della scrittrice ad essere al centro di tutto, nata e vissuta in un’epoca in cui il dolore si è impresso come un tatuaggio nella vita di questi popoli, il dolore ne è diventato il linguaggio universale, l’unico possibile.

Un lavoro di ricerca appassionante

natascha wodin
                                       Natascha Wodin

Ben presto Veniva da Mariupol si trasforma in un lavoro di ricerca molto appassionante nel quale il lettore prenderà parte in questo mettere insieme i diversi pezzi di un puzzle drammatico. Quello che può sembrare un tentativo di ricostruire la storia di una famiglia attraverso resoconti, narrazioni, aneddoti e fotografie di fatti e personaggi indimenticabili e destinati a rimanere per sempre nella mente del lettore, verso il finale diviene una commovente e dolorosa presa di coscienza del rapporto estremamente conflittuale con una madre, un disperato ma altrettanto necessario tentativo di fare pace con il proprio passato e con la storia della propria famiglia.

Di testimonianze, libri, film e documentari su quello che è stato il terribile periodo e la terribile parentesi della seconda Guerra mondiale se ne sono visti in quantità innumerevoli. Eppure l’effetto dilaniante è sempre lo stesso, uguale è il senso di smarrimento e sbigottimento, l’incapacità di comprendere quanto in là l’essere umano sia in grado di spingersi, quanto il male sia davvero radicato in esso. Uno strappo insanabile nel genere umano, una ferita che non si rimarginerà mai e che continuerà a sanguinare.

Veniva da Mariupol è un libro scritto in modo magistrale, con quella freddezza glaciale tipica dell’Est che scava nell’animo e che ci pone di fronte al male in tutta la sua pura essenza ed ineluttabilità.

“Veniva da Mariupol” di Natascha Wodin, L’orma Editore. I libri di Marco. 

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