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“Suite Francese” di Irène Némirovsky: recensione libro

Un capolavoro ti si para dinanzi come un assassino che sbuca fuori da un vicolo. Giri la copertina ed eccolo lì che ti fissa. Lo riconosci fin dalle prime righe, a tua volta fissi le parole disposte con la precisione e la musicalità di note su un pentagramma, e dopo pochi paragrafi sai che il miracolo della letteratura si è ripetuto un’altra volta.

Il capolavoro: Suite francese di Iréne Némirovsky

suite francese irene nemirovskyHo dovuto rubare una similitudine a un gigante della scrittura per prepararvi all’impatto emotivo che vi attende davanti al capolavoro di Irène Némirovsky. Un capolavoro, è giusto dirlo per correttezza e deontologia professionale, incompiuto. Giusto dirlo confidando che nessuno lo rifugga per questo futile motivo: sarebbe aberrante come non degnare di uno sguardo la Venere di Milo perché priva di braccia. Questo romanzo colpisce come il fulmine, e la storia della sua autrice e della sua pubblicazione come lama di coltello. Passeranno sessant’anni dalla stesura delle due prime parti, “Temporale di giugno” e “Dolce”, alla loro pubblicazione. Sessant’anni dallo sprofondare della Némirovsky in quel buco nero della storia che siamo soliti chiamare col nome tedesco di Auschwitz invece che con quello polacco di Oświęcim.

In Suite francese di Iréne Némirovsky la scrittura, anche per merito della traduzione, rasenta la perfezione. Romantica e spietata al contempo, realizza un contrappunto straordinariamente evocativo. Prova di un talento enorme, giunto alla piena maturazione a poco più di trent’anni e reciso malamente dalla lama vigliacca della follia umana. La stessa lama che negli ultimi anni attrae migliaia di nuovi arrotini, incuranti, o colpevolmente ignoranti, di quella Storia di cui Irene è stata vittima e preziosa testimone.

Temporale di giugno

“Temporale di giugno”, la prima parte delle cinque previste dal piano dell’opera, è strutturata in quadri. Una galleria di personaggi protagonisti di un esodo biblico, quello verso il sud dei molti che tentarono di sottrarsi alla marea uncinata arrivata a bagnare col sangue le porte di Parigi. Alta, media e piccola borghesia, si muoveranno assieme, ma come acqua e olio rinchiusi in bottiglia, non si mischieranno mai, e finiranno per contendersi una sedia, un pasto frugale, una tanica di benzina, con la sola slealtà ad accomunare classi sociali diverse e a far brillare per contrasto l’altruismo degli umili che offrono loro ricetto.

“Dolce” ha invece la struttura di un vero e proprio romanzo ed è ambientato in un piccolo paese nei pressi di Parigi al tempo dell’occupazione. Ovvero, nei giorni in cui i francesi avevano perso anche l’ora dei propri campanili in favore di quella dei vincitori. La penna della Némirovsky sembra molto clemente con coloro che hanno già in mano le forbici per tagliare il filo del suo destino, ma la sua penna è in cerca dell’uomo e non dello stereotipo del nemico, e indulgenti sembrano anche i francesi, chi per convenienza, chi per vigliaccheria, chi per una sorta di rivalsa verso famigliari e compaesani.

Suite francese: una storia che genera altre storie

Una storia, questo romanzo, che sembra essere venuta alla luce per generare altre storie, tragiche, poetiche, tristemente reali. Quella di un marito che si offrirà di prendere il posto della moglie all’inferno, ma che proprio a causa della sua ostinazione finirà per raggiungerla nel luogo e nell’eternità. Di una bambina, sottratta dall’abnegazione di una giovane donna al destino cui una stella gialla sul petto l’aveva condannata, che si trascinerà dietro per quasi cinquant’anni una valigia piena di carte, rifuggendo la minuta calligrafia azzurra della madre per scoprire, infine, che invece di un diario, erano le prime due parti di Suite Francese e quindi consegnarle a noi e alla Storia… degli uomini e della letteratura.

La storia della miopia di altri uomini, accademici pusillanimi come il Gabriel Corte del narrato, che riconosceranno al romanzo il Premio Renaudot, per la prima volta assegnato postumo, ma gli negheranno il Goncourt perché l’autrice non era di nazionalità francese, nonostante Iréne scrivesse in francese fin da bambina e fosse presto arrivata a eccellere in quella lingua insegnatale dalla governante sotto gli sguardi indifferenti della vanesia e odiata madre.

Iréne Némirovsky

La vita di Irène Némirovsky è molto simile a quella di uno dei più grandi scrittori transalpini del novecento, Romain Gary. Anche lei nata ebrea ai confini dell’odierna Russia, in Ucraina nel 1903 , anche lei fuggita verso ovest per lasciarsi alle spalle pogrom e rivoluzione, passando per Finlandia e Svezia prima di approdare in Francia, anche lei braccata dagli incubi della sua infanzia. Esordirà giovanissima con il romanzo “David Golder”, spietato nello stigmatizzare i difetti dei banchieri ebrei, ovvero il ceto e la religione cui apparteneva, tanto da venir ingiustamente tacciato di antisemitismo. Sarà poi consacrata da “Il Ballo” e “Jezabel”. Sposa il banchiere ebreo Michel Epstein conosciuto in Francia, da cui avrà due figlie, Denise ed Élisabeth. Continuerà a scrivere fino alla deportazione nel luglio del ‘42, pur immaginando che il suo capolavoro sarebbe rimasto incompiuto e sarebbe stato pubblicato postumo. In Italia dovremo attendere fino al 2005, quando il romanzo esce per Adelphi. Tradotto in trentotto lingue, ha venduto più di due milioni e mezzo di copie.

“È risaputo che l’essere umano è complesso, molteplice, diviso, misterioso, ma ci vogliono le guerre o i grandi rivolgimenti per constatarlo. È lo spettacolo più appassionante e il più terribile, pensò ancora, il più terribile perché è il più vero: non ci si può illudere di conoscere il mare senza averlo visto nella tempesta come nella bonaccia.”

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Siete arrivati fin qui? …no, dai, non ci credo

“Suite francese” di Irène Némirovsky, edizioni Adelphi. I libri di Riccardo

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Riccardo Gavioso

Nasce a Torino nel 1959, dove si laurea in Giurisprudenza. Ma ormai incerto su chi fossero i buoni e i cattivi, e pur ritenendo il baratto una forma di scambio decisamente più evoluta del commercio, da allora è costretto a occuparsi di quest’ultimo. Inevitabile, quindi, che l’alienazione professionale lo spinga tra le braccia di una penna e che la relazione, pur tra alti e bassi, si protragga per diversi anni. Poi, deluso in egual misura da quel che si pubblica e da quel che non si pubblica, smette di scrivere narrativa e si occupa di giornalismo collaborando con diverse testate di rilievo e creando un blog che arriva a incuriosire diecimila lettori al giorno. Torna alla narrativa con Arpeggio Libero con cui pubblica attualmente. Ha ottenuto diversi riconoscimenti per i suoi racconti. Nel 1997 è stato finalista al Premio Internazionale di Narrativa “ Il Prione ”.

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